Pubblicato da: FUORIdiBICI | 19 aprile 2012

Davide Martinelli: un giovane su cui puntare

La stoffa del campione si nota anche dai particolari. Nel panorama dilettantistico ci sono tanti ragazzi con grandi potenzialità: alcuni faranno strada e otterranno vittorie prestigiose anche tra i “prof”, altri magari non emergeranno per vari motivi. Solo il tempo potrà dare conferme, ma intanto ci sentiamo di dire che sicuramente a Davide Martinelli non manca né il talento né la determinazione. Quello che colpisce di più in lui è la consapevolezza dei propri mezzi, unita all’ambizione ma anche e soprattutto alla capacità di riflettere sugli errori commessi e di analizzare con precisione e lucidità ogni momento di gara. Dote non comune per un giovane della sua età. Inoltre, altro punto da tenere presente, la sua predisposizione a cimentarsi in varie discipline con dedizione assoluta. Insomma, se volete fare una scommessa a lungo termine, puntate pure su di lui! I risultati stanno già arrivando.

Ciao. Per prima cosa ti chiediamo di presentarti ai nostri lettori.

«Sono Davide Martinelli, nato a Brescia il 31 maggio 1993, ho iniziato a correre a 7 anni; ho corso per il G.S. Ronco da G1 a G4, poi ho giocato due anni a calcio, e da esordiente e da allievo ho corso ancora per la Ronco. Da Juniores sono passato alla Feralpi, ed ora corro per la Hopplà Wega Truck Italia Valdarno. Mi definisco un passista veloce, anche se sui percorsi vallonati credo di dare il meglio di me. Preferisco le volate ristrette piuttosto che quelle di gruppo.»

Come mai hai praticato anche il calcio? C’è stato un momento in cui ne avevi basta del ciclismo?

«Ho provato per due mesi a fare entrambi gli sport, ma era impossibile: martedì bici, mercoledì calcio, giovedì ciclismo, venerdì calcio, sabato partita di calcio e domenica gara in bici. Era improponibile. Volevo provare qualcosa di diverso, non ero stufo, solo che il calcio mi piaceva e volevo provarlo, poi ho capito che non faceva troppo per me e mi sono concentrato sul ciclismo. Penso sia stata proprio la non pressione che ho subito dai miei genitori che mi ha fatto ritornare da solo al ciclismo, se mi avessero obbligato a correre in bici probabilmente avrei smesso poco dopo, ma per sempre.»

Tu sei anche bravo nelle prove contro il tempo, vero?

«Mi piacciono e me la cavo bene, dai. Mi piacciono perché sei solo contro te stesso.»

Te la cavi così bene che sei stato Campione Italiano Juniores a cronometro lo scorso anno…Quali sono le vittorie più importanti che hai ottenuto finora nelle varie categorie e quali le corse che ti sono rimaste più nel cuore?

«Sicuramente le due vittorie più prestigiose per ora sono il Campionato Italiano cronometro e il Campionato Italiano inseguimento individuale su pista. Quando ci sono in palio i titoli, per forza rimangono nel cuore, soprattutto se si vince. Subito a ruota metto l’Internazionale Trofeo Emilio Paganessi, poiché è stata la prima internazionale; avevo già vinto il Campionato Italiano crono, ma battere un australiano ( Nicholas Schulz n.d.r.) mi è piaciuto molto, anche perché quel giorno la dedica è andata ad una persona a me cara, scomparsa pochi giorni prima, ci tenevo molto a far bene. Poi dico il Mondiale, solo per il fatto di parteciparvi ti emoziona, ti rimane qualcosa dentro.

A proposito del Mondiale di Copenhagen: come classificheresti questa esperienza? Ci si attendeva forse qualcosa di più, o meglio, tu ti aspettavi qualcosa di più?

«Sì, non nascondo che sia stata forse la più grande delusione dell’anno. Ho dedicato una buona parte di stagione per cercare di essere al massimo quel giorno, il giorno della crono, probabilmente la tensione, o non so cosa, mi hanno portato a una prestazione che per molto tempo mi ha fatto riflettere. La definirei una prova d’esperienza e credo sia stata proprio la tensione a giocarmi un brutto scherzo, poiché solo quattro giorni dopo, nella gara su strada, avevo ottime sensazioni e credo di aver fatto un ottimo lavoro per la causa Azzurra. Comunque non ho rimpianti perché ho fatto davvero il possibile per essere al massimo quel giorno, e il fatto che poi sia andata male significa che non era la mia giornata. Quando si fa tutto per essere al massimo poi non si ha niente da recriminare, vada come vada. Non nascondo che ci credevo, credevo in un buon risultato, almeno nei primi 10, anzi forse anche qualcosa di meglio…Ma il ciclismo è così e a crono non si può limare stando a ruota, l’aria la prendi tu, e se becchi il giorno che non vai, non vai e non ci sono scuse o tattiche.»

Nel 2012, al tuo primo anno negli Under23 con la Hopplà hai già ottenuto una vittoria e dei buoni piazzamenti…Raccontaci le emozioni di quel giorno alla Coppa del Grano a San Giovanni Valdarno.

«Beh quel giorno ci tenevo a far bene, era da tempo che pensavo a quella gara, era una buona occasione e andava sfruttata. Ho uno strappo vicino a casa simile a quello dove era posto l’arrivo della Coppa del Grano, l’ho provato più e più volte, sperando di arrivare lì ai piedi di quello strappo tutti insieme e fare quello che ho provato tante volte in allenamento. È andata così, è girato tutto nel verso giusto… La prima da Under è stata un’ emozione bellissima, vincere è sempre una cosa favolosa!»

Quindi eri consapevole che la vittoria stava per arrivare?

«Ci credevo, sono partito convinto di potercela fare, sapevo che era alla portata. Venivo da un buon periodo, il morale c’era, perché non provarci? E’ andata bene, ho avuto anche fortuna, ma la fortuna bisogna crearsela, non credo troppo nel destino. Ce lo creiamo da soli il destino. Ma andiamo troppo nel discorso filosofico, mi fa venire in mente la scuola…!»

Come ti trovi nella tua nuova formazione Hopplà Wega Truck Italia Valdarno?

«Mi trovo benissimo, è una grande squadra, bisogna conquistarsi la fiducia dei direttori sportivi. Tutti possono essere gregari per un giorno e tutti capitani, chi merita di “fare la gara” la fa, è una delle migliori squadre d’Italia, come organizzazione non deve invidiare nessun’altra squadra. Sono felice di essere in questa “famiglia”, facciamo dell’affiatamento una grande arma, corriamo come fratelli.»

Recentemente hai disputato il Giro delle Fiandre Under23, un’esperienza molto particolare…Parlaci delle emozioni, dei timori, del fascino che esercita questa corsa.

«Le Classiche del Nord mi affascinano tantissimo, è un emozione incredibile correre sugli stessi muri che fanno i vari Boonen, Cancellara, Gilbert, favoloso! Dispiace per la caduta, ho perso pochi secondi ma rientrare è stato impossibile. L’anno scorso ho fatto la Parigi-Roubaix Juniores, ma devo dire che il Fiandre mi pare più adatto a me. Gli strappi mi piacciono e potrebbe essere una gara per me, adatta anche al mio fisico, 186 cm per 70 kg. Ma andiamo con calma, la strada è lunga.»

Tu sei all’ultimo anno di scuola vero?

«Sì, spero!!»

Che scuola frequenti? Riesci a conciliare gli impegni scolastici con i vari allenamenti e gare? Ci sei sempre riuscito?

«Frequento il Liceo della Comunicazione ad indirizzo sportivo Gianni Brera, ma per via delle varie riforme è diventato un Liceo Scientifico, più o meno. Fino all’anno scorso mi gestivo senza difficoltà, quest’anno ho sfruttato tutti i fine settimana per fare piu km possibili e allenarmi al massimo. Anche le vacanze natalizie non sono state all’insegna del panettone, ma della bicicletta. A Natale ho fatto 3 ore e il giorno di Santo Stefano 3h30′, tanto per dare un’ idea. Però sono queste le cose che mi danno morale, la sera sono andato a letto super soddisfatto!!»

Il fatto di essere figlio di Giuseppe Martinelli, a sua volta ciclista e direttore sportivo affermato (prima con Pantani, poi alla Lampre e ora team manager all’Astana), ti ha condizionato o ti condiziona? Secondo te è un vantaggio o uno svantaggio?

«Un vantaggio, decisamente. Poi ci sono anche degli “svantaggi”, perché comunque per lui sono prima un figlio e poi un atleta. Sono sicuro che se ai suoi corridori dà dei consigli ma riserva qualcosa, magari invece a me dice tutto poiché sono suo figlio, e i genitori per i figli farebbero qualunque cosa. Poi mi accorgo anche che mi tratta molto bene, fa il possibile per farmi essere al massimo, soprattutto dal punto di vista della tattica di gara. Penso di avere vantaggi incredibili nei confronti di altri corridori della mia cateogira, poiché spesso mi trovo a commentare le gare davanti alla tv con lui e i consigli che mi dà mi è capitato spesso di usarli in gara con successo, anche alla Coppa del Grano per esempio…Si erano avvantaggiati due atleti all’ultimo km, nessuno voleva chiudere su di loro però, come spesso mi dice mio papà: “Per rischiare di vincere bisogna rischiare di perdere”. Difatti mi sono lanciato all’inseguimento facendo praticamente tutto l’ultimo km QUASI a tutta, e sottolineo il quasi,perché anche qui sta racchiuso un suo consiglio. Se un avversario si avvantaggia dice sempre: “Non chiudere subito andando a tutta per poi rimanere magari a metà strada a tutta, o rientrare sui primi e poi saltare, fallo pian piano e gestisciti bene le energie che hai. I colpi in canna, piu vai avanti e meno sono”.»

E’ bello sapere di questo rapporto stretto con tuo padre. Da bambino ti portava alle corse?

«Sì, fin da piccolo ho respirato l’aria del grande ciclismo. Quando ho cominciato a capire cos’è il ciclismo vero, pensavo che non sarei mai stato all’altezza, mi mancava la convinzione, ma, pian piano, comincio a crederci, o comunque so che con i sacrifici e con il lavoro duro tutti gli obbiettivi diventano raggiungibili.»

Chi sono i tuoi idoli nel ciclismo, i corridori che più ammiri e a cui ti ispiri?

«Vinokourov per la grinta, Gilbert per la classe, Cancellara per la forza e perché a cronometro, anche se un mio quasi omonimo Martin va molto forte, per me lui rimane il numero uno.»

Con Vinokourov hai avuto modo di stare a stretto contatto, cosa ti ispira questo campione?

«A Calpe a inizio stagione ho fatto alcuni allenamenti anche lunghi con lui, è un grande anche nella vita, un trascinatore, se lui decideva che andava fatta una sosta, la sosta ad un bar si faceva e stop, zero scuse. È il numero uno, non molla mai, ha una grinta e una forza fuori dal comune, anche se non era in forma quando decideva di menare, MENAVA per davvero. Fenomeno è la parola giusta.»

Qual è la corsa del calendario mondiale che in assoluto ti affascina di più e che vorresti un giorno disputare o provare a vincere?

«Il Giro delle Fiandre. E il Mondiale… perché è il Mondiale!! Sei il numero uno al mondo, e la cosa mi affascinerebbe assai…»

Quali sono i tuoi prossimi impegni imminenti sia ciclistici che scolastici?

«A scuola l’esame di stato, che va “scavalcato” per non avere intoppi nel ciclismo. Per quanto riguarda le prossime gare, sabato sarò ad una gara in Toscana a S.Maria a Monte, la mattina gara in linea e i primi 15 parteciperanno nel pomeriggio ad una crono di 20 km… Vediamo, in questi giorni ho buone sensazioni, speriamo in un buon risultato la mattina che mi permetta di disputare la crono del pomeriggio. Poi il 25 aprile disputerò il GP Liberazione, una bellissima corsa.»

Quali obbiettivi ti poni per questa stagione e cosa ti auguri per il futuro?

«Mi auguro di crescere ancora, spero un giorno di poter essere un buon corridore. L’obbiettivo che avevo a inizio stagione era qualche piazzamento, giocarmi qualche gara e magari una vittoria. Dovrei smettere per quest’anno allora…ahah! Invece no, sono felice di andare bene e l’obbiettivo rimane cercare di crescere sempre, crescere ogni anno.»

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